Li smaltiamo poco e male nonostante un’apposita direttiva europea. Con pesanti conseguenze sull’ambiente, le acque e il suolo.
di Sandro Angiolini
Forse pochi lo sapevano – me compreso- ma il 19 novembre è stata la Giornata mondiale del Cesso (o, se volete, della toilette). L’Agenzia Europea dell’Ambiente ha quindi diffuso i dati del rapporto annuale sullo stato del trattamento delle acque che provengono dai nostri scarichi più intimi nei vari Paesi membri.
È dal 1991 che è in vigore in Europa un’apposita direttiva, in base alla quale tutte le Nazioni dovrebbero essere in grado di trattare adeguatamente questo tipo di acque. Nella realtà, solo 4 Paesi lo fanno attualmente al 100%: Austria, Germania, Lussemburgo e Olanda. E l’Italia? Siamo fermi a meno del 70%. Soprattutto grazie a una lunga serie di deroghe – eccezioni – scappatoie varie, che inevitabilmente incidono sullo stato delle risorse ambientali che ricevono quell’acqua non trattata a dovere: terreni e mari.
Che a distanza di 30 anni dall’approvazione della principale norma si sia così indietro fa scalpore. Ma non c’è da meravigliarsi più di tanto: siamo purtroppo abituati a governi che promettono tanto, ma che mantengono poi poco. Eppure le soluzioni tecniche, anche quelle più sostenibili come la fitodepurazione, non mancherebbero; e non parliamo di costi esagerati. Possibile che a qualcuno non sia venuto già in mente un “superbonus” per il trattamento corretto delle acque dei reflui urbani?
La riflessione complementare a quella precedente è che, nonostante vari aggiustamenti nel frattempo intercorsi a livello normativo e organizzativo (es. forte coinvolgimento di società private, vari referendum per mantenere invece la gestione delle acque prevalentemente pubblica, etc), la situazione sia ancora così desolante. Nota bene: per queste “mancate conformità”, analogamente a quanto succede per la nostra arretratezza nel trattare i rifiuti urbani, l’Italia paga quotidianamente salate multe all’Europa.
Il discorso in merito sarebbe molto lungo. Le amministrazioni pubbliche hanno di sicuro la responsabilità maggiore: non sanno evidentemente scegliere né controllare bene i soggetti privati con cui collaborare. E spesso non trovano di meglio da fare che innalzare “temporaneamente” i valori di potabilità delle acque che beviamo. Le società private evidentemente hanno i loro grossi limiti e devono migliorare anche la loro capacità di interfacciarsi con gli utenti. Ma anche i cittadini hanno la loro buona parte di responsabilità.
Ci indigniamo fortemente se la linea del nostro cellulare viene a mancare per 2 ore o se un treno arriva con 30 minuti di ritardo. Ma non sempre si assiste ad analoga e mirata mobilitazione per problemi relativi allo smaltimento delle acque reflue urbane. Di sicuro le autorità regionali (ricordando anche i precari valori delle acque superficiali in Toscana) dovrebbero impegnarsi di più. Con o senza PNRR.
OLTRE LA SIEPE è una rubrica settimanale che parte da eventi/notizie relative all’ambiente e all’economia su scala nazionale o internazionale per riflettere su come queste possono impattare sulla scala locale e regionale toscana.
Sandro Angiolini – Figlio di mezzadri, è agronomo ed economista e ha conseguito un Master in Politiche Ambientali presso l’Università di Londra (Wye-Imperial College). Ha scritto numerosi articoli sui temi dello sviluppo rurale e sostenibile e tre libri sull’agriturismo in Toscana. Per 29 anni funzionario presso amministrazioni pubbliche, svolge attualmente attività di consulente economico-ambientale e per lo sviluppo rurale integrato, in Italia e all’estero, oltre a varie iniziative formative e di comunicazione. È fortemente impegnato nel settore del volontariato ambientale e culturale.
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