Uno studio condotto in Tanzania conferma gli effetti dannosi della dieta occidentale su sistema immunitario, microbioma e metabolismo.
di Marcello Bartoli
3 aprile 2025
FIRENZE – Nel suo ultimo libro La dittatura del sapore il filosofo Diego Fusaro prova a spiegare le correlazioni tra globalizzazione e omologazione in ciò che mangiamo. Secondo l’autore stiamo assistendo già da anni a una vera e propria battaglia che va a destrutturare i fondamenti della nostra cultura alimentare e della nostra identità gastronomica: “Assistiamo quotidianamente a proclami dell’Unione Europea che vanno a colpire i fondamenti della nostra civiltà gastroalimentare e propongono nuove idee gastronomicamente corrette come le larve, i grilli, la farina di mosche, la carne sintetica e quant’altro”.
Per Fusaro siamo ciò che mangiamo anche sul piano simbolico, culturale e identitario. Ecco che il rapporto multiculturale presuppone che vi siano identità e culture differenti in antitesi a una globalizzazione gastronomicamente corretta, a un modo unico di mangiare e di concepire il cibo in modo omologato.
Su un piano più pratico anche l’epidemiologo Franco Berrino è molto critico verso la cultura alimentare imposta dalle multinazionali: “L’industria alimentare negli ultimi 60 anni ha stravolto le nostre abitudini provocando numerosi problemi e malattie. I cibi ultra processati sono l’emblema di questa metamorfosi pericolosa. Gli ingredienti originali vengono smontati – perdendo componenti nutritive importanti – e rimontati . Tutto questo in nome di logiche di profitto per le quali l’industria deve guadagnare il più possibile riducendo al massimo i costi di produzione”.
Con i processi produttivi che impoveriscono il cibo entrano in gioco altre componenti come gli additivi, i coloranti, i coadiuvanti tecnologici o gli edulcoranti, che favoriscono l’obesità: “L’insieme di questi elementi danneggia la mucosa intestinale e altera il microbiota aprendo le porte a processi infiammatori e probabilmente al cancro. I cibi ultra processati in generale aumentano il rischio di diabete, patologie cardiovascolari, tumori”.
A questo proposito oggi l’Università di Firenze ha comunicato di aver partecipato a uno studio internazionale realizzato in Tanzania che fornisce informazioni interessanti circa gli effetti su sistema immunitario, microbioma e metabolismo del passaggio da una dieta alimentare tradizionale africana a una dieta tipica del mondo occidentale. Alla ricerca hanno partecipato 77 uomini in buona salute sia in città che in zone rurali.
Per un periodo di due settimane alcuni partecipanti che seguivano una tradizionale dieta africana (che include molte verdure, frutta, fagioli, cereali integrali e cibi fermentati) sono passati a una dieta occidentale, mentre altri che nei centri urbani seguivano una dieta occidentale hanno adottato, per lo stesso periodo, una dieta africana tradizionale. Un terzo gruppo ha consumato ogni giorno una bevanda di banana fermentata (contenente lieviti e lattobacilli) e dieci partecipanti, come gruppo di controllo, hanno mantenuto la loro dieta abituale.
I ricercatori hanno analizzato in modo completo la funzione del sistema immunitario, i marcatori di infiammazione del sangue e i processi metabolici all’inizio della sperimentazione, dopo due settimane e, di nuovo, dopo quattro settimane. I partecipanti che sono passati a una dieta occidentale hanno mostrato un aumento delle proteine infiammatorie nel sangue, un’attivazione di processi associati alle patologie legate allo stile di vita (come le malattie cardiovascolari e il diabete) insieme a una risposta immunitaria meno efficace ai patogeni.
Viceversa, coloro che sono passati a una dieta africana tradizionale o hanno consumato la bevanda fermentata hanno mostrato una riduzione dei marcatori infiammatori. Alcuni di questi effetti sono persistiti anche quattro settimane dopo, il che indica che i cambiamenti dietetici a breve termine possono avere effetti duraturi.
“La sperimentazione segnala i potenziali rischi per la salute associati all’abbandono delle diete tradizionali, sempre più frequente in Africa – hanno sottolineato i ricercatori Duccio Cavalieri e Paolo Lionetti – ma mostra anche quanto possa essere dannosa per noi occidentali una dieta composta perlopiù da cibi lavorati e ipercalorici”.
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